La nostra società negli ultimi venti anni ha subito profondi cambiamenti. Oramai la tecnologia fa parte integrante della nostra vita e ha cambiato i modi di comunicare fra le persone e nei gruppi.
Oggi i ragazzi trascorrono molto tempo a chattare, utilizzando le emoticon per esprimere il loro stato d’animo. L’emoticon è immediata e veloce ma semplifica l’emozione provata: i ragazzi perdono l’abitudine di soffermarsi sui sentimenti provati o di comprendere quelli manifestati dall’amico/a e così, alcune abilità come ascoltare, capire e osservare non sono più requisiti necessari per una buona relazione con l’altro. Nell’incontro face to face invece, il contatto è più intimo e richiede loro un maggiore impegno e sforzo di comprensione. La relazione reale implica prima di tutto esporsi guardandosi negli occhi, quindi mettersi in gioco e avere un contatto più diretto con la complessità emozionale e relazionale.
Nel web la dimensione temporale e spaziale sono diverse: la notizia si diffonde rapidamente raggiungendo un numero più grande di persone. Questa caratteristica influisce in modo negativo soprattutto quando si verificano episodi di cyberbullismo: il materiale messo nella rete non si cancella, divulgandosi in tutto il mondo e il bullo, agendo dietro ad uno schermo, si sente protetto, le sue azioni possono essere più aggressive sviluppando così un sentimento di onnipotenza; la vittima diventa con più facilità oggetto da attaccare e distruggere. I ragazzi spesso non hanno consapevolezza che lo schermo in realtà non li protegge, ma purtroppo li deresponsabilizza. Inoltre la velocità con cui si risponde ad un messaggio non dà il tempo di pensare causando a volte incomprensioni e conflitti anche gravi.
Nel web l’apparire prende il posto dell’incontrarsi: tanti amici o follower sui social, tanti “mi piace” li fanno sentire più “popolari” ma aumentano il loro narcisismo. La popolarità ( dal lat. Popularitas – atis: “simpatia popolare” fa pensare all’omologazione attraverso il consenso di molti; essere uguali alla maggioranza fa perdere di vista le caratteristiche personali, la propria individualità) può diventare per alcuni addirittura un’ossessione. Ricevere tanti “mi piace” in breve tempo rinforza l’autostima di quei giovani che ancora sono in cerca della propria identità. Avere una buona reputazione tra gli amici dà sicurezza, ma l’approvazione attraverso i “mi piace” spesso non fa riferimento alle loro abilità o alle loro competenze ma perlopiù ad aspetti effimeri della loro vita (ad es. un selfie in una posa particolare).
Nel web gli amici o i follower in realtà sono semplici contatti, la conoscenza è in realtà informazione, a volte distorta e imprecisa: quante volte abbiamo condiviso una notizia senza verificarne la fonte?
È bene saper distinguere tra privato e pubblico, tra reale e virtuale perché “questi confini sono strutturanti: i confini tra superficiale ed essenziale, tra intimità, privato e pubblico, tra virtuale e reale. È bene non cancellare queste distinzioni che servono ad orientarsi” (Anna Oliverio Ferraris, Piccoli bulli e cyberbulli crescono, 2017). Ad esempio la vita privata è quella che si conduce con gli amici più cari e con i familiari e non con gli sconosciuti che nel web rappresentano, per i più giovani (e a volte non solo…) la maggior parte dei loro contatti. Confondere tra reale e virtuale porta i ragazzi a perdere di vista l’altro, i sentimenti della persona con cui si interagisce e a mettere in atto più facilmente comportamenti aggressivi o violenti (ad. esempio filmare piuttosto che intervenire in situazioni di pericolo o emergenza).
I ragazzi sono abilissimi nel multitasking, spesso studiano ascoltanto musica, mangiano guardando la televisione e contemporaneamente chattano con gli amici. L’essere multitasking non vuol dire essere più intelligenti, ma anzi vuol dire prestare un’attenzione minima a tante cose perdendo la sana abitudine a soffermarsi, osservare e domandarsi. Come si possono comportare genitori ed educatori di fronte a questo cambiamento? Il divieto non è la strada giusta da percorrere perché non educa alla responsabilizzazione.
- Il primo sforzo di un educatore è riuscire ad essere per i ragazzi “credibile” e punto di riferimento, anche se il divario generazionale porta i giovani ad essere “naviganti” più esperti degli adulti.
- È responsabilità dell’adulto conoscere, esplorare – insieme ai giovani – risorse, rischi, pericoli e novità del web; mostrare curiosità, porsi domande insieme a loro, capire, ragionare, trovare soluzioni. Sviluppare senso critico di fronte alle mode del web e ai comportamenti dannosi o maleducati degli altri.
- Condividere regole: ad esempio spegnere il cellulare quando si mangia, si fanno i compiti e prima di andare a dormire.
- Sollecitare i ragazzi a scoprire e coltivare passioni o interessi che siano diversi dal videogioco o dal social network e trarre da questi interessi consapevolezza delle proprie capacità.
- Suggerire ai ragazzi di incontrare personalmente i propri amici invece che stare soli a casa a chattare con loro.
- Offrire uno spazio ai giovani per un’educazione all’affettività e alla sessualità come prevenzione di comportamenti scorretti in rete (es. cyberbullismo, sexting, hate speech). In questo caso i genitori possono chiedere un aiuto alla scuola che può organizzare incontri con gli esperti.
Per conoscere tutti i rischi di internet e capire come prevenirli consiglio di visitare il sito www.generazioniconnesse.it






